L'abbigliamento tradizionale
Le comunità popolari conoscevano e utilizzavano gli elementi naturali per le loro molteplici funzioni. Una di queste era la colorazione degli indumenti, già nota seimila anni fa.
Fino al secolo scorso le sostanze colorate solubili capaci di fissare in forma stabile sulle fibre tessili o su altri supporti il colore, grazie a particolari procedimenti, avevano origine naturale. Per ottenerle si utilizzavano piante (come lo zafferano), erbe, frutti, radici o fiori e la procedura tecnica non era semplice.
Necessitava di notevole abilità ed esperienza soprattutto per dosare la quantità di foglie, radici e bacche e la loro mescolanza. Solo con l'introduzione dei coloranti sintetici si è abbandonata la tecnica della colorazione che le donne sarde perpetuavano sicuramente da tempi remotissimi.
Nei paesi dove la tessitura era un'attività prevalente, insieme all'agricoltura e alla pastorizia, le tessitrici portavano a compimento l'intero ciclo di lavorazione dei tessuti (in particolare la lana): dal lavaggio alla colorazione.
Agli uomini spettava la fase iniziale del ciclo che nelle aree agro pastorali consisteva nell'allevamento e nella selezione degli animali di cui si sarebbero utilizzate le pelli, la lana, il cuoio.
Le donne si sarebbero successivamente adoperate nella filatura, tessitura e tintura dei tessuti. Si occupavano anche di trattare altre fibre tessili come il lino, il cotone e la seta, e anche in questo caso gli uomini partecipavano marginalmente. Potevano al massimo raccogliere le piante tintorie, costruire gli strumenti utilizzati, come fusi, rocche, arcolai, telai, ecc.
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