A proposito di parole e quadri
Non è detto che l'accostamento con opere figurative sia il modo migliore per mettere in evidenza la puntigliosa cura di Grazia Deledda nell'attribuire un colore a volti oggetti o ambienti.



Perchè si tratta di "rappresentazioni" e perciò, romanzi e quadri, citano una cosa solo per dirne un'altra. Ma anche a voler fare questa operazione in cui un linguaggio diventa "parassita" rispetto all'altro, non è detto che ne venga fuori una cosa produttiva perché i colori, scritti o dipinti, non sempre designano una cosa univoca.

Certo, il nero è il colore del lutto, di cordoglio e tristezza e, per estensioni successive, di serietà, formalità, cerimonialità, ufficialità.
E l'abbigliamento di uomini e donne in Grazia Deledda ha spesso colori scuri: gonne, mantelli, berretti, stivali, pantaloni, scialli. Ma quando sullo scialle cerimoniale appaiono fiori e ricami multicolori, il segno di tristezza e lutto diventa segno di allegria e di festa. Sono i rossi e i vermigli intensi, i verdi e i gialli squillanti che evocano la festività?
Oppure il nero si impone e continua a testimoniare una compostezza, una sorta di seriosa mestizia liturgica, di contrizione cerimoniale delle donne isolane anche durante il ballo? Ecco un caso in cui il nero patisce già una limitazione di senso: indica il lutto a condizione che il contesto renda pertinente e esclusivo questo significato.
Il che del resto succede per ogni segno, colore, parola, immagine o suono che sia. Come il Verde del semaforo che significa "Avanti" solo in assenza del Rosso. Altrimenti significa che il semaforo è rotto. La stessa cosa succede al bianco che è segno di innocenza purezza e verginità sempre che sia contestuale agli sponsali.
Altrimenti si carica di ritualità, religiosità, fede e devozione, come nel costume dei corridori scalzi o delle confraternite in processione.
E il marrone, fatto di giallo e rosso? Ovvio: è il colore della terra.
Eppure contiene anche il blu che è il colore del cielo e dell'acqua che proprio alla terra si oppongono. Insomma l'abbinamento "termine a termine" tra parole e quadri sulla base dei tradizionali riferimenti simbolici rischia di essere una operazione arbitraria o un pleonasmo. Proprio per eludere e beffarsi di questa problematica corrispondenza tra segni iconici e verbali, qualcuno ha dipinto una pipa dal titolo ammonitore: "Ceci n'est pas une pipe"
Il che rende bene l'idea secondo cui scrittori o pittori in realtà usano nomi o forme non tanto per indicare le "cose" quanto per suscitare emozioni. E quando G. Deledda parla della "vertigine azzurra dei torrenti", descrive più la Vertigine che l'Acqua. Così, per evitare l'equivoco referenziale, sarà bene almeno aggiungere anche opere in cui i colori non hanno un senso letterale, secondo cui il verde è foresta, il blu è cielo e il rosso è sangue. Ma un senso traslato in base al quale, per catene metonimiche e salti emotivi, il rosso di un cavallo o di un toro è energia movimento irrazionalità rimpianto sogno o incubo.
Il che naturalmente non ha più niente a che fare col quadrupede. Sono opere che hanno ampie campiture cromatiche
o vaghe forme modulari
Non vi sono berretti o mantelli, ginepri o marine. Eppure parlano di ciò di cui parla la Deledda: di una terra aspra e pietrosa,
della luce che fa stringere gli occhi, dell'angoscia, della notte o della morte. E non è detto che sia il nero a parlarne.
Gino Melchiorre